Momenti e aspetti dell'arte in Emilia-Romagna
Terra di transito alla saldatura tra l’Italia continentale e mediterranea, l’Emilia Romagna è per tradizione luogo d’incontro e di scambio tra civiltà diverse.
Di qui la ricchezza e la complessità della mappa culturale della regione, caratterizzata da spiccate individualità cittadine, in assenza di un centro egemonico prevalente. Tuttavia, proprio il contatto, talora conflittuale, “tra il sentire colorito e irregolare della fantasia celtica e il perenne riproporsi dei modelli più duttili e regolati della cultura greca” (Riccomini) ha costituito nel tempo la risposta peculiare della vicenda artistica emiliana alla molteplicità delle sollecitazioni.
Lo si legge con chiarezza nella fioritura delle cattedrali romaniche padane, simboli di orgoglio cittadino inaugurato sul finire dell’XI secolo con l’impresa monumentale del duomo di Modena. Opera dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo, che qui apre alla stagione della civiltà plastica italiana, il cantiere della cattedrale riassume in una sintesi vigorosa i motivi della devozione occidentale: dalla narratività immediata delle Storie della Genesi e del ciclo bretone di Artù al realismo aspro, di matrice provenzale, dei rilievi dei maestri campionesi (sec.XII).
L’innesto dei linguaggi romanzi nel rifluire dell’eredità antica costituisce l’aspetto rilevante delle sculture del Battistero di Parma (1196), sapide descrizioni calibrate da Benedetto Antelami sulla misura della monumentalità romana alla quale sfuggono, a favore di un naturalismo più accentuato, le formelle con il ciclo dei Mesi, tra i capolavori del museo della cattedrale di Ferrara. Dell’affermarsi rapido della stagione successiva, all’insegna del gotico europeo, testimoniano alcuni pregevoli edifici della nostra regione, tra i quali varrà la pena ricordare la chiesa di S.Francesco a Bologna (1263) o il Palazzo Pubblico di Piacenza, detto il Gotico, per l’appunto (1281), rinviando al bolognese Museo Civico Medioevale la visione più unitaria della cultura dell’epoca. Vitale da Bologna, rappresentato alla Pinacoteca Nazionale da una serie cospicua di dipinti, rappresenta il corrispettivo in pittura del naturalismo descrittivo che s’incontra nelle arche dei dottori. Complici, nel caso, l’ambiente composito dello studio bolognese e soprattutto la miniatura, alla quale gli affreschi di Mezzaratta, ricomposti in Pinacoteca, si ispirano per vivacità e voglia di raccontare.Una formula figurativa ben diversa dalla solennità nobile e pausata della pittura riminese, influenzata dalla personalità di Giotto che a Rimini lasciò, nel Tempio Malatestiano, uno splendido Crocifisso (1312)
Il fiorire del tardogotico, rappresentato dal castello estense di Ferrara (1385) e, a Bologna, dalla fabbrica di San Petronio, iniziata da Antonio di Vincenzo nel 1390, trova il suo corrispondente figurativo negli affreschi di Giovanni da Modena nella cappella Bolognini (L’Inferno, Il Paradiso, Storie dei Magi, 1415), ciclo didascalico e narrativo che introduce nel Quattrocento la varietà degli accenti del mondo trecentesco.
Di lì a pochi anni (1425) le sculture di Jacopo della Quercia nel portale maggiore della basilica di S.Petronio porteranno a Bologna la stagione artistica toscana, rappresentata a Rimini da Leon Battista Alberti, Piero della Francesca, Agostino di Duccio, Matteo dè Pasti nel cantiere del Tempio Malatestiano (1450). Poco distante, a Forlì, il sepolcro di Barbara Manfredi in S.Mercuriale (1466), capolavoro di Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, offre altri stimoli alla divulgazione dei modi centroitaliani, veicolati nella regione da autorevoli presenze di opere “forestiere”: a Bologna Paolo Uccello in S.Martino (1437); in S. Domenico Filippino Lippi (1501) e Michelangelo, intervenuto, diciannovenne, con alcune statue (Angelo, S. Petronio, S. Procolo,1494) a integrazione della cimasa di Niccolò dell’Arca sul sarcofago del santo (Nicola Pisano, 1267).
Del pugliese Nicolò dell’Arca varrà la pena ricordare il Compianto in S.Maria della Vita, a Bologna (1463), robusta sintesi di cultura toscana e borgognona, prima di rimandare alla stagione fiorita del rinascimento a Ferrara, rappresentato dall’architetto Biagio Rossetti nell’“addizione erculea” e nel palazzo dei Diamanti e dagli affreschi di Schifanoia, dove Tura, del Cossa e dè Roberti lasciano un capolavoro altissimo dell’umanesimo padano sul quale si innestano le persistenze del tardogotico cortese.
Un modello aristocratico per Lorenzo Costa e Francesco Francia, autori delle pitture nella cappella Bentivoglio in S. Giacomo Maggiore e nell’oratorio di S.Cecilia (1506), opera capitale del rinascimento emiliano, ispirata alla cultura umbro toscana alla quale sfugge il genio “irregolare”di Amico Aspertini, altra grande presenza nel panorama artistico della regione.
L’arrivo a Bologna della S. Cecilia di Raffaello in S. Giovanni in Monte (Pinacoteca Nazionale, 1514) inaugura le premesse per la grande stagione del raffaellismo padano, magistralmente interpretato dallo scultore modenese Begarelli, aprendo la strada al classicismo bolognese che toccherà più tardi al bolognese Annibale Carracci esportare nella Capitale.
Annibale, Agostino, Ludovico tentano di mediare la grazia manierata del Parmigianino - dagli affreschi di Fontanellato (1523) ai capolavori della Galleria Nazionale di Parma (La schiava turca, Autoritratto) - e il lume di Correggio, che a Parma, nella Camera di S. Paolo (1518) traduce spunti raffaelleschi in erotiche seduzioni prima di aprire, con la cupola del duomo, l’avventura dei soffitti barocchi.
Gli esiti dei Carracci negli affreschi bolognesi dei palazzi Fava (1584) e Magnani (1590) e le decorazioni nel Palazzo del Giardino (1601), opera di Agostino che fu maestro, a Parma, di Giovanni Lanfranco, preludono al percorso attraverso le grandi pale della Pinacoteca Nazionale di Bologna,dove si snodano le vicende della pittura bolognese del Seicento: da Domenichino ad Albani a Guido Reni, fino al Guercino, rappresentato dalla serie dei dipinti nella Pinacoteca Civica di Cento. Nelle pinacoteche di Rimini e Forlì bisognerà spostarsi per ammirare le opere di Guido Cagnacci, tra i pittori più sensuali e raffinati del Seicento in Romagna, mentre il santuario della Ghiara, a Reggio Emilia, riassume in una sintesi poderosa gli svolgimenti della produzione figurativa emiliana del XVII secolo: da Ludovico Carracci a Guercino; da Luca Ferrari ad Alessandro Tiarini.
Altre illustri presenze, nell’ambito della scultura barocca,sono quelle del toscano Mochi (Piacenza, Piazza cavalli, Statue Farnese, 1625), dell’Algardi (Bologna, S. Paolo, 1644), del Bernini (Busto di Francesco, Galleria Estense, 1650), mentre l’architettura offre prove spettacolari nell’enfasi scenografica che della progettazione emiliana costituisce l’aspetto di maggiore rilevanza. Ne sono esempi il Teatro Farnese, opera dell’Aleotti, le regge ducali di Modena e Sassuolo, decorata dalle prospettive grandiose del Mitelli e del Colonna, rappresentanti autorevoli di quel genere peculiare nella nostra regione e divulgato in tutta Europa dai tanti artisti al seguito dei Bibiena, scenografi e architetti teatrali. Oltre a Ferdinando, architetto del palazzo ducale di Colorno, si ricorderanno, con Gian Giacomo Monti e Paolo Canali, Alfonso Torreggiani e Carlo Francesco Dotti, celebre per il portico e il santuario di S.Luca.
Il Settecento esibisce in pittura gli esiti sorprendenti dei soffitti affrescati da Giuseppe Maria Crespi in palazzo Pepoli Campogrande, dove fa capolino una vena inedita e popolaresca a contraddire l’ideale classico locale, opponendosi alla levità di Donato Creti, il “Watteau bolognese”, cui si deve la serie delle Storie di Achille presso le Collezioni Comunali d’Arte di Palazzo d’Accursio.
Parma francese, dall’urbanistica del Petitot alla scultura del Boudard e alla ritrattistica del Baldrighi, vive di atmosfere parigine ben diverse da quelle di Faenza giacobina, rappresentata dai miti e dalle favole arcane di palazzo Milzetti (Felice Giani, 1805), quando ormai il razionalismo illuminista e l’eclettismo incipiente hanno ispirato la generazione degli architetti romagnoli riformati.
A Bologna il complesso scultoreo della Certosa e a Forlì la Ebe del Canova (Pinacoteca Civica) introducono al gusto neoclassico e alla passione per l’antico, cui sarà debitrice la cultura di Palagi.
Né mancano, nella regione, esiti raffinati nel settore delle arti decorative: dai cimeli e dalle suppellettili del Museo Glauco Lombardi e della Fondazione Magnani alle ambientazioni di palazzo Milzetti e dell’appartamento ottocentesco di palazzo Tozzoni.
Un nome per tutti: Giorgio Morandi. Il “pittore delle bottiglie”, così come semplicisticamente alcuni lo hanno voluto definire, l’artista della luce, attraverso cui ha saputo rigenerare gli oggetti dal nulla per renderli testimoni, vive nel cuore della sua città, Bologna. Attraverso le oltre 250 opere, tra dipinti, acquerelli, disegni e sculture, esposti al Museo Morandi di Palazzo d’Accursio. Da qui iniziano i percorsi dell’arte contemporanea in Emilia-Romagna, che si perdono in mille collezioni e mostre, tra le numerose gallerie e musei pubblici e privati, le accademie, le rassegne come Arte Fiera e i centri sperimentali.
Il MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna allestisce periodicamente mostre nella nuova sede dell’ex Forno del Pane, inaugurata nel maggio 2007, e a Villa delle Rose, dedicando uno “Spazio aperto” ai giovani emergenti. La raccolta permanente comprende opere che vanno dalla Secessione romana alla società di pittori “Francesco Francia” degli anni venti, agli artisti del decennio successivo che gravita intorno alla rivista “L’orto”. Sono inoltre rappresentate le correnti più importanti dal dopoguerra ad oggi. I capolavori di Monet, Chagall e Gauguin, per citarne alcuni, si sono fermati, con esposizioni di livello internazionale, a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che fa parte delle Gallerie civiche d’arte moderna. Palazzo Massari, l’altra struttura delle Gallerie, ospita invece il Museo Boldini, le opere dell’Ottocento e del Novecento, dai divisionisti ferraresi alle sale dedicate a Roberto Melli e Filippo De Pisis, e due spazi espositivi riservati all’arte moderna e contemporanea.
I futuristi come Enrico Prampolini, la scuola romana fino ai realisti (Renato Guttuso) e gli astrattisti (Afro, Giuseppe Capogrossi, Renato Birolli) sono esposti nella Galleria d’Arte Moderna di Forlì mentre a Modena la Galleria Civica, nata nel 1958 come Sala di Cultura, tiene mostre di arte contemporanea: le più recenti sono state dedicate alla documentazione monografica di artisti come Lucio Fontana, Luigi Veronesi ed Enzo Cucchi; tra le acquisizioni più importanti è da segnalare la raccolta di più di mille lavori del fotografo Franco Fontana e la collezione di disegno contemporaneo.
Il discorso sull’arte moderna e contemporanea in regione non si esaurisce qui. Tra le collezioni di privati, basti citare solo la Galleria d’arte Moderna Ricci Oddi a Piacenza, con dipinti del Novecento tra cui La madre di Boccioni.
L’importante Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo in provincia di Parma, espone fra l’altro opere di Dürer, Tiziano, Rubens, Goya, ma anche, Monet, Renoir, Cézanne sino a De Pisis, Morandi e Burri , tra i moderni, oltre a sculture del Canova e di Lorenzo Bartolini. In Romagna infine, si possono ricordare la Fondazione Tito Balestra di Longiano, che comprende numerose opere di Mino Maccari, e la Pinacoteca Vero Stoppioni a Santa Sofia, che oltre a proseguire la tradizione del Premio Campigna, conserva molte opere di Mattia Moreni.